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Milano, una città che cambia. Che cos’è il Sinodo Minore?

Articolo tratto dal sito http://www.clonline.org. Di Giorgio Paolucci

Inutile negarlo: per molte persone – e i cattolici non fanno eccezione – lo straniero è il diverso per antonomasia, una diversità che suscita paura. E se prevale la paura, non ci si accorge che la diversità può diventare occasione di incontri che rendono più ricca la vita, può condurci a scoprire risorse inaspettate, fino a renderci consapevoli che l’altro è un bene. È in questa prospettiva che Mario Delpini, arcivescovo di Milano, ha indetto un Sinodo minore evocando l’immagine della “Chiesa dalle genti”, che come a Pentecoste sia segno di una comunione nuova tra popoli diversi, capace di superare l’equivoco di Babele, dove la differenza delle lingue era diventata incapacità di collaborare a una costruzione comune.

Obiettivo immediato dell’iniziativa è la riscrittura del capitolo 14 del Sinodo diocesano 47° (“Pastorale degli Esteri”) dopo un’ampia consultazione partita in questi giorni e che coinvolgerà parrocchie, associazioni e movimenti, comunità dei migranti, i mondi del lavoro, dell’educazione, della salute, dello sport, del volontariato. Delpini indica la strada di una Chiesa capace di riscoprire la sua universalità – quindi autenticamente cattolica -, di valorizzare energie nuove e di essere protagonista in una società sempre più secolarizzata (in dieci anni i battesimi sono calati di un terzo e le vocazioni religiose hanno conosciuto un calo verticale). «Non miriamo a un miglioramento dei servizi e delle strutture come prima istanza – si legge nel documento preparatorio del Sinodo (www.chiesadimilano.it) – ma a una maturazione della nostra esperienza di fede e di Chiesa».

La presenza straniera nella diocesi ambrosiana è passata dalle 100mila unità del 1988 ai 754mila attuali (senza contare coloro che nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza italiana). In termini percentuali, dal 2 al 13,4 per cento. Ai primi posti egiziani, romeni, filippini, poi cinesi, peruviani, ecuadoriani, albanesi, marocchini, srilankesi e ucraini.

I cristiani sono la maggioranza (smentendo certi stereotipi che continuano a evocare l’invasione islamica): 368mila, di cui 233mila cattolici, 115mila ortodossi e 34mila di altre confessioni. 269mila i musulmani. L’89% è in Italia da più di cinque anni, solo il 5% è arrivato negli ultimi due anni. Sette su dieci hanno figli, il rapporto tra figli in Italia e all’estero è di quattro a uno, oltre un quarto vive in un’abitazione di proprietà: indicatori di stabilizzazione più che di emergenza, come nota la sociologa Laura Zanfrini in uno dei testi che accompagnano l’Instrumentum laboris, anche se non del superamento di una condizione di svantaggio e, a volte, di vera e propria indigenza. A Milano il 28% dei neonati è di nazionalità straniera, il 22% dei minori ha meno di 17 anni;160mila sono gli studenti stranieri, 12mila quelli iscritti agli atenei milanesi, approdati per motivi di studio ma anche avanguardie di una seconda generazione sempre più numerosa, che fa i conti con le tradizioni ereditate dai padri e – insieme – con la cultura di quello che è diventato il “loro” Paese.

Dietro questi numeri c’è la realtà di una Chiesa nella quale i migranti sono sempre più protagonisti, come testimoniano l’aumento di sacerdoti e religiosi provenienti da altri Paesi e la presenza di un numero crescente di ragazzi stranieri negli oratori. L’affezione con cui i migranti vivono il legame con le comunità, il desiderio di incarnare dentro la cultura ambrosiana le loro feste e devozioni popolari, sono occasione di contaminazione, per fare della diversità una ricchezza. A condizione che non si trasformino in ghetti etnico-religiosi, in cui la conservazione delle tradizioni si trasforma in isolamento autoreferenziale.

Il fenomeno migratorio ha portato con sé anche la crescita di comunità legate al mondo della riforma protestante e alle Chiese ortodosse (romena, russa, ucraina, moldava, greca, bulgara, serba) e a quella copta, e si sono moltiplicate occasioni di incontro e di prossimità, l’offerta di spazi per la preghiera, iniziativa caritative comuni, alimentando un ecumenismo di popolo. Anche a questi fratelli di fede il Sinodo chiede di contribuire con proposte ed esperienze.

Sta crescendo, non senza fatiche, la consapevolezza che il meticciato – espressione “lanciata” dal predecessore di Delpini, il cardinale Angelo Scola – è un segno dei tempi e può diventare strumento di inclusione e generazione di nuove forme di fraternità, come testimoniano numerose esperienze di accoglienza diffusa, le scuole di italiano per stranieri, i centri di aiuto allo studio, le feste etniche.

La sfida con cui cimentarsi è la capacità di coniugare le rispettive specificità con l’appartenenza a un unico corpo, vivendo la fede come una dimensione capace di rispondere alle esigenze di una società in cui la multietnicità è ormai una dimensione quotidiana. In questo senso il Sinodo minore della Chiesa ambrosiana può diventare una declinazione interessante delle parole pronunciate da papa Francesco durante il suo viaggio a Milano il 25 marzo del 2017: «Ci fa bene ricordare che siamo membri del popolo di Dio! Milanesi, sì, ambrosiani, certo, ma parte del grande popolo di Dio. Un popolo formato da mille volti, storie e provenienze, un popolo multiculturale e multietnico. Questa è una delle nostre ricchezze. È un popolo chiamato a ospitare le differenze, a integrarle con rispetto e creatività e a celebrare la novità che proviene dagli altri; è un popolo che non ha paura di abbracciare i confini (…), che non ha paura di dare accoglienza a chi ne ha bisogno perché sa che lì è presente il suo Signore».

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